Il peso delle parole

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Scimmia

Tre anni fa, l’allora vice-presidente del Senato, Calderoli, usò questa parola (“sembra un orango”) verso la ministra del governo Letta, Cecile Kyenge. Si disse che era stata un battuta infelice e i leghisti si meravigliarono della mancanza di humor di chiedeva immediate dimissioni.

Ma le parole di disprezzo razziale, non punite con sanzioni di pubblica disapprovazione,  poi inducono a un legittimato razzismo.

Così l’insulto “scimmia” rivolto a una donna di colore ritorna tre anni dopo. Ma cambia pagina nei giornali. Passa dalla cronaca parlamentare a quella giudiziaria, per l’assassinio del rifugiato nigeriano Emmanuel Chidi Namgi, massacrato a pugni e calci da un ultrà di calcio e simpatizzante di estrema destra. L’uomo che ha chiamato la moglie del nigeriano come “scimmia” non si capacita di ciò che è successo e si chiede: come mai se scimmia lo dice Calderoli è una battuta se lo dico io alla moglie di un nero e lo ammazzo di botte perché reagisce è un reato?

Sorry

Dodici anni dopo la controversa invasione (che nessun uomo di buona volontà del pianeta voleva) che è costata centinaia di migliaia di vite umane Tony Blair dice: “I am sorry“. L’ex leader laburista chiede scusa, anzi tre volte scusa: per gli errori dello spionaggio britannico che avevano attribuito a Saddam Hussein il possesso di armi di distruzione di massa (la ragione ufficiale per l’intervento militare del Regno Unito accanto agli Stati Uniti), per errori nella pianificazione della guerra e per la mancata comprensione di quelle che sarebbero state le conseguenze del conflitto, ovvero per l’instabilità che ha sconvolto l’Iraq e le regioni circostanti.

 

Di fatto Blair ammette la propria responsabilità anche per l’ascesa del fanatismo islamico, incluso il sorgere dell’Is, il sedicente Califfato dei jihadisti che oggi controlla parte dell’Iraq della Siria e alimenta il terrorismo internazionale. Ma l’ex premier continua a rifiutare di scusarsi per avere abbattuto Saddam.

Un “mea culpa” clamoroso, ma parziale, cinico e salottiero. Sorry. Tutto qui?

È questo che si dice ai genitori dei ragazzi molti inutilmente? Questo più che una scusa sembra un insult

 

Brexit

Viviamo in un mondo di neologismi e di sigle (a proposito conosciamo bene i pericoli del TTIP?) ma mi chiedo se invece di Brexit il referendum si fosse chiamato Bremain, Brenter o Brueplus o quasiasi altra “parola” che inducesse al rafforzamento del rimanere invece che all’exit, sarebbe cambiato qualcosa? Forse è un quesito da neurolinguisti e noi semplici cittadini non abbiamo risposte.

Ma capiamo benissimo che le parole hanno un peso.

Capiamo che qualcuno deve spiegare agli ultrà cos’è il razzismo.

Capiamo che qualcuno deve spiegare ad alcuni politici l’importanza delle parole scelte.

Capiamo che vogliamo meno neologismi e sigle o perlomeno che qualcuno ci spieghi le intenzioni che si celano dentro di esse.

 

Elsa Bettella